Q: Per un debuttante in Formula 1 ci sono parecchie cose da prendere in considerazione, vista la quantità di tecnologia ben diversa da qualsiasi altra cosa a cui si potrebbe essere abituati. Come stai affrontando l’inizio di questa stagione?
AA:
 Ovviamente, penso che la curva d’apprendimento sarà molto ripida. Farò quattro giorni di test a Barcellona prima di Melbourne, quindi non avrò molto tempo per guidare. L’obiettivo principale è quello di entrare in confidenza con la vettura e poi cercare il più rapidamente possibile il mio ritmo. Vedremo. Circa la mia preparazione personale, cercherò di non mettermi troppa pressione e proverò a dare il massimo fin dal primo giorno. È la mia opportunità di mostrare a tutti ciò che sono in grado di fare.

Q: Hai passato molto tempo al simulatore, verosimilmente per imparare a conoscere i circuiti?
AA: Sì, esattamente. Al momento è quella la priorità. Oltre a cercare di massimizzare il tempo al simulatore, ne passo semplicemente molto insieme alla squadra. Tutto è finalizzato a comprendere il più rapidamente possibile la monoposto, cosa che mi aiuterà in vista di Melbourne.

Q: Passando dalla F2 alla Formula 1, quale sarà il cambiamento più grande? Abituarsi alla Power Unit ibrida?
AA: Direi di sì. Ho avuto la fortuna di fare alcuni test in Formula E, quindi ho imparato tanto sulle powertrain ed è piuttosto sorprendente quanto siano simili. Non dico che la tecnologia sia la stessa, ma il modo in cui si deve risparmiare energia e altre cose del genere sono molto simili. Partecipare a quei test è stato molto utile e penso che non sarà troppo complicato adattarmi alle power unit. Il cambiamento principale sarà proprio la velocità pura della monoposto. Queste auto sono più veloci che mai – anche se quest’anno potrebbero esserlo un po’ meno – ma se paragonate alla Formula 2, il salto alla Formula 1 è davvero molto grande. Il motivo è dato principalmente dal carico aerodinamico. Penso che la velocità in sé non sarà difficile da affrontare, dovrò abituarmi più alla larghezza della monoposto. E poi, c’è qualcosa che credo molte persone non percepiscano: l’enorme numero di persone coinvolte in F1 e la forte etica del lavoro. È diverso perché hai tantissima gente che lavora per te e cerca di farti andare il più veloce possibile: c’è molta interazione tra il pilota e il team. E c’è sempre qualcuno con cui bisogna parlare per ottenere il massimo dalla vettura. In Formula 2 avevo due ingegneri, un capo ingegnere e due meccanici in totale. Quindi sei o sette persone. Adesso andrò in una squadra in cui lavorano quasi 400 persone. È diverso, ma mi ci sto abituando: è uno di quei problemi che sei felice di avere!

Q: Parlando di cose più personali, perché hai scelto il 23 come numero di gara?
AA: Sono un grande fan di due persone: Michael Schumacher e Valentino Rossi. Quando ero più giovane, la mia camera era rossa Ferrari e c’era ovunque il 46: il mio numero di gara era sempre il 46. Avevo anche l’adesivo “The Doctor” sulla fiancata della mia macchina. Andavo matto per lui. Ricordo anche che a quattro o cinque anni, quando ero arrabbiato per qualcosa, mia madre mi faceva vedere delle registrazioni di Valentino Rossi e io mi bloccavo letteralmente davanti alla TV e mi sentivo meglio. Nelle altre categorie non si sceglie il numero di gara, ma quando è arrivato il momento di farlo per la Formula 1, sentivo che non avrei potuto farlo con il 46, anche solo per ragioni commerciali…

Q: Quindi ha preferito la metà di Rossi?
AA: Esattamente. Il 23 è sempre stato un buon numero per me. L’ho avuto un paio di volte e mi piace. Non c’era tanto su cui riflettere, pensavo di portare avanti la tradizione e avere il numero di Rossi in qualche modo.

Q: Cosa vuol dire per te gareggiare con i colori della bandiera thailandese?
AA: Per me è importante essere un pilota thailandese. È passato molto tempo da quando un thailandese ha corso in Formula 1 e spero di rendere tutti orgogliosi.

Q: Farai parte del trio di debuttanti di questa stagione.
AA: Non ci ho fatto molto caso. Ma in questo senso è un anno davvero speciale, perché ci sono molti piloti di F2 che entrano in F1. Penso non si vedessero da un bel po’ di tempo tre piloti passare dalla F2 alla F1. Sappiamo che in Formula 1 corrono i migliori e mi piace pensare che praticamente metà della griglia è composta da piloti contro cui ho corso: George e Lando sono, ovviamente, fra questi. È bello correre ai più alti livelli con i ragazzi contro cui ho gareggiato nel corso della mia carriera.

Q: C’è una storia dietro al design del tuo casco?
AA: Sì, una bella storia. La famiglia reale in Thailandia è estremamente rispettata e il re Rama IX era una delle persone più stimate nel Paese, ha fatto molta beneficenza e si è speso molto per la classe operaia. Se n’è andato nel 2016. Per questo ho il numero 9 scritto in thailandese sul mio casco, perché era parte del suo simbolo. L’altro riferimento alla Thailandia è la bandiera, inclusa nel mio nome.

Q: Continuiamo a parlare un attimo della Thailandia. La F1 non corre lì. Ma il motorsport comincia a diventare molto popolare nel Paese?
AA: Direi di sì e non a caso, un paio di anni fa, si è parlato dell’organizzazione di una gara di Formula 1 in Thailandia. C’è un circuito già pronto e in grado di ospitare la F1. Penso sarebbe semplicemente fantastico avere una gara lì. Il prossimo anno si correrà in Vietnam ed è già un passo avanti. La sentirò come qualcosa di molto simile a una gara di casa. Il motorsport sta diventando sempre più importante in Thailandia e spero che quest’anno abbiano un punto di riferimento da seguire in F1.

Q: Dove hai intenzione di vivere?
AA: Milton Keynes, che è comoda per il simulatore. Vivo lì per adesso.

Q: Cosa ne pensi di lavorare insieme a una squadra italiana?
AA: Penso sempre sia una cosa positiva. Nel motorsport – specialmente nel karting – l’Italia è considerata all’apice e quindi ci si trascorre molto tempo. Sono un po’ geloso di persone come Daniil che sanno parlare l’italiano… io non ci riesco! Ho passato due anni in Italia, ma non ho parlato italiano con il team. Riesco a capire qualcosa, ma non abbastanza. Imparerò durante l’anno e cercherò di migliorare.

Q: Ci sono delle gare che aspetti particolarmente, magari perché ti piace la pista o per qualsiasi altro motivo?
AA: Direi il Giappone, perché quella di Suzuka sembra davvero una pista grandiosa. Quando la si guarda dall’esterno, si può vedere tutta la passione dei fan. Sono stato lì una volta. La pista è tosta, una di quelle vecchio stile, senza pietà. Sembra davvero fantastica. Quindi sì, direi sicuramente il Giappone.

Q: Quali sono i tuoi obiettivi per la stagione?
AA: In generale, nel corso della mia carriera non ho mai voluto fissare un obiettivo. Ogni anno, ogni gara… ho affrontato qualsiasi situazione un passo dopo l’altro. Mi concentro e corro per quella sessione, qualunque essa sia: prove libere, qualifiche o gara. Se inizi a stabilire obiettivi a lungo termine, ti ritrovi a esercitare una pressione inutile su te stesso. Resto concentrato e vediamo come va.